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"Un progetto stimolante, il RomeMUN, la più grande simulazione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite in Italia, tenutasi nella capitale dal 7 all'11 di Marzo. La rappresentante del Senegal ha scritto un pezzo al riguardo: uno spaccato di cinque giorni intensi alle prese con uno dei Paesi più stabili della zona Africa. Cronache dal diario di una "ambasciatrice": uno sguardo al Senegal attraverso gli occhi di una Italiana"
Africa for Africa: racconti del
“finto” ambasciatore del Senegal
Quasi 400 studenti, tutti nella stessa stanza per discutere come delegati, in rappresentanza del governo a loro assegnato nella simulazione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite più grande d'Italia.
Roma, la città eterna, è testimone delle loro parole. Le età sono diverse, spesso anche la cittadinanza. Alcuni di loro hanno viaggiato per ore pur di essere li a confrontarsi, a dimostrare che il dialogo è l'arma più forte.
L'esperienza che si accingono ad intraprendere è il RomeMUN. Io e il mio collega, Massimiliano Natale, rappresentiamo il Senegal. Il primo impatto alla notizia della scelta è stato positivo. Le culture dei nostri rispettivi Stati sono radicalmente diverse, quasi agli antipodi. Calarsi nella parte di ambasciatori di un governo che non si conosce non appare la cosa più semplice del mondo!
Le tematiche stabilite dal comitato organizzativo e sul quale dovremo prepararci sono tre: la povertà rurale, la world food security e la sostenibilità ambientale ed urbana.
Dopo aver sviscerato file ONU, governativi, non governativi, ufficiali e ufficiosi, ci siamo resi conto di quanto sottovalutata sia la situazione senegalese dal tutto il mondo occidentale.
Non solo la posizione geografica risulta strategica per scambi e traffici culturali; non solo la stabilità politica è assicurata da un governo che, bene o male,
resiste e passa attraverso fasi complesse della vita africana, ma anche la crescita economica è davvero impressionante!
Opinioni di una studentessa, certo, ma che cambiano l'approccio ad un “lavoro” di rappresentanza.
La cultura così dapprima profondamente diversa adesso appariva più vicina, più semplice da gestire ed avere in mano il nostro plackard con la scritta Senegal sopra è diventato motivo di gioia e poi d'orgoglio. L'autenticità africana, che da secoli rappresenta popoli gravati da difficoltà per noi europei insuperabili o quasi, è entrata anche un po' in noi.
Il primo giorno, vinta l'iniziale timidezza, ci siamo ben presto resi conto di poter giocare un ruolo importante, anche aprendo la strada a “negoziazioni” innovative con Paesi fino a poco tempo prima non considerati come potenziali alleati, quali la Russia. Guardandoci intorno, abbiamo capito come non fossimo un paese “gigante”, ma che fra noi non ci fossero Stati di statura superiore.
Coscienti delle nostre potenzialtà, ci siamo fatti promotori di una visione unitaria del continente africano. Certo, ogni blocco regionale ha problematiche diverse ed ovviamente anche all'interno delle varie aree si respirano esigenze diverse, ma un punto di incontro può essere raggiunto non senza sforzo. Le comunicazioni con gli altri delegati potevano essere formali (dal podio e quindi a distanza) o informali (mediante messaggi scritti o unmoderated caucus, riunioni con limiti temporali fissati dai moderatori). Ovviamente il tutto è mirato a produrre e approvare una draft resolution, documento che abbisogna del 20% del committee per essere presentato e dei due terzi dell'assemblea generale per essere approvato. Le tematiche risulta da subito spinose, ma ecco che come Paesi africani commettiamo il primo errore, lo stesso delle Nazioni Unite, dei Governi e delle varie Agenzie internazionali: ci dividiamo. Il numero elevato di Paesi non ci aiuta, certo. Le differenze politiche, sociali ed economiche sembrano insormontabili e la draft resolution relativa alla povertà rurale vede come sponsors Cina e Stati Uniti. I punti in ivi contenuti parlano di noi, eppure quasi nessun Paese Africano compare come firmatario al momento della presentazione.
Viene approvata a maggioranza anche con il nostro contributo, ma l'amarezza è tanta.
Forse è davvero questo il problema di questa parte di mondo e delle Nazioni Unite in generale. Non c'è efficacia. Ci muoviamo come mosche intorno a Stati potenti come tigri senza dire la nostra. Basterebbe dichiarare quali sono i nostri bisogni e trovare coalizioni durature. Mi alzo in piedi dopo questo episodio. Dovremo ben presto discutere il secondo tema: world food security, che tratta del problema dell'accesso al cibo da parte della popolazione. Il mio brevissimo discorso termina con una frase in cui credo fermamente: “Africa for Africa under the guide of developed countries”. L'umiltà di chiedere aiuto, è quella che manca. L'umiltà di capire che i popoli sono gli unici in grado di esprimere i loro bisogni ed in questa fase è necessario che vengano tenuti in grande conto.
L'unica cosa certa è che in seguito all'esperienza del RomeMUN ho avuto la possibilità di scoprire da vicino un Paese che ha sì tante difficoltà, ma anche un potenziale notevole.
E' questa coscienza che deve inondare la popolazione locale. Come diceva Lao Tsu, “ogni viaggio comincia con un piccolo passo”. E' giunto il momento di farlo.
Francesca Larosa
classe 1990
Università di Pisa
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AVRIL 2012
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