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Mercredi 30 avril 2008

GLI STATI UNITI D’AFRICA: QUALI DIRIGENTI PER IL CONTINENTE?

 

(Mamadou Jean Michel KOurouma, Giornalista a Radio Mega)


         È proprio qui che risiede la questione fondamentale per realizzare gli Stati Uniti d’Africa; sarebbe una perdita di tempo mettere sotto accusa gli attuali governanti ed è altrettanto scontato dire che lo sviluppo passa attraverso l’economia, l’installazione di controlli, di contro-poteri, di contrappesi mediatici.

 

         La funzione dirigenziale è nata da un mito fondatore che risale alla notte dei tempi, ed evolve con la coscienza che noi abbiamo del mondo in cui viviamo.

 

         Tutti gli attuali governanti dell’Africa hanno fallito l’impresa di industrializzazione che resta la chiave per lo sviluppo del continente.

 

         Celebriamo quest’anno l’indipendenza del Ghana e della Guinea. Questi due paesi sono stati condotti verso l’indipendenza da due governanti panafricani: Kwamé NKRUMAH e Ahmed Sékou TOURE, rispettivamente primo presidente della Repubblica del Ghana, e primo presidente della Prima Repubblica di Guinea. Due governanti che hanno fatto del panafricanismo la sola via politica per la realizzazione degli Stati Uniti d’Africa.

 

                La visione di entrambi era che nulla può arrivare a completa realizzazione senza la partecipazione e la presa di coscienza politica delle masse rurali e della gioventù che è il luogo di fermento e insieme l’emanazione sostanziale del popolo. Vale a dire, secondo me, che ogni forma di politica, ogni azione volta al progresso deve trovare eco nelle sfere a cui ho fatto riferimento, componenti di tutti gli uomini e di tutte le donne che aspirano al benessere allo sviluppo. Ciò nel quadro di un contratto sociale di sviluppo e di progresso in cui la democrazia deve farsi portavoce del rispetto di questo contratto sociale. In altre parole: far emergere il senso di responsabilità dell’uomo africano, chiunque esso sia, nel percorso della sua educazione politica, renderlo padrone del suo divenire e artefice del suo spazio di sviluppo e di progresso, dopo che si è sbarazzato del giogo coloniale che ha rivestito il mantello del neocolonialismo e del liberismo selvaggio che oggi lo attanaglia, e che oggi si chiama globalizzazione.

 

         Sono trascorsi cinquant’anni da questa rivoluzione culturale che doveva liberare le energie politiche dell’Africa, e in particolar modo in Guinea.

 

         Dopo il summit dei Capi di Stato Africani, a Accra in ottobre 2006, gli Stati Uniti d’Africa occupano un posto privilegiato sul continente, in opposizione agli adepti del Federalismo che cercavano di mantenere inalterato il sistema sul quale i colonizzatori avevano costruito la loro impresa di sfruttamento delle materie prime, per arricchirsi e svilupparsi grazie al depauperamento delle popolazioni africane.

 

         Oggi, di fronte alla globalizzazione, l’Africa ha bisogno di governanti capaci di sensibilizzare tutti gli strati sociali, ma anche capaci di gettare le basi per progetti di sviluppo in grado tener conto di questa globalizzazione di cui non si può più fare a meno.

        

         Tuttavia, di fronte a questa realtà, c’è una base sulla quale conviene costruire gli Stati Uniti d’Africa: è quella del buon governo, della democrazia sinonimo di libertà, senza cadere nel negativismo  e nel pessimismo pervasivo che fanno proseliti in certi ambienti intellettuali africani che vivono all’estero. E bisogna partire dai problemi economici, di educazione ad ogni livello, di salute, infrastrutture per la comunicazione con l’utilizzo di nuove tecnologie, strade, ferrovie, e soprattutto dai problemi di energia di cui l’Africa è tristemente priva. Bisogna, anche, creare e mantenere norme etiche, individuare i mezzi, ed educare politicamente le masse rurali.

 

 

         Un governante africano che intenda costruire gli Stati Uniti d’Africa deve essere instancabile artefice del progresso, vestendo l’armatura del cavaliere che lotta contro la fame; considerare il potere come un mezzo e non come un fine in sé per evitare un devastante effetto boomerang; avere il coraggio politico di sbarazzarsi di coloro che non rispettano le norme etiche in ciò che riguarda i beni dello stato e la società nel suo insieme: in altri termini la corruzione e la sua ramificazione insidiosa nel popolo.

 

 

         Diciamolo chiaramente: è il tradimento di tutti questi postulati di base di buon governo che è all’origine di tutti i fallimenti dei tentativi di progresso che si sono fatti dall’indipendenza di cinquant’anni fa. Il tradimento è anche la corruzione che incancrenisce le nostre istituzioni africane ad ogni livello dello Stato, con i suoi arricchimenti illeciti quando il popolo ha fame, mentre l’Africa trabocca di ricchezze di ogni genere. Curioso paradosso, ne converrete.

 

 

         L’Africa è sopravvissuta passando attraverso la schiavitù e la colonizzazione; è arrivato il momento di riconoscere l’errore storico rappresentato dall’intangibilità delle frontiere istituite dalla Conferenza di Berlino (1884-1885), che ha visto l’Africa smembrata come una torta dalle potenze occidentali che l’hanno spogliata di tutte le sue ricchezze sia di materie prime che dei suoi bambini. L’alternativa che si offre oggi a un governante africano, nella prospettiva di lavorare per gli Stati Uniti d’Africa, è da una parte sapere se vuole mantenere invariati degli accordi il cui controllo gli sfugge totalmente, preso com’è nell’ingranaggio degli obblighi e delle ristrutturazioni dei piani di sviluppo imposti dalle istituzioni finanziarie internazionali: il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale; oppure, dall’altra,  se debba ritornare a basare il suo operato sui valori africani dell’onore, della memoria storica, della responsabilità: essi soli dovrebbero condizionare gli scambi su un piano di parità e nel rifiuto categorico di ogni forma di subordinazione, soprattutto quella finanziaria, ereditata dalle antiche potenze coloniali.

 

         Fare del coraggio politico la leva sulla quale intraprendere la riconversione della coscienza politica e dire NO quando vengono messi in gioco gli interessi vitali dei popoli africani, come è stato il caso del rifiuto manifestato dai capi di Stato Africani nell’ultimo summit UE-ACP a Lisbona in Portogallo.

 

         Dunque, riconquistare la dignità dell’Africa, poiché tutti sanno che essa è il primo fornitore di materie prime indispensabili allo sviluppo del resto del mondo.

 

         È arrivato il momento che l’Africa smetta di aderire all’immagine di continente complessato nel quale si è voluto relegarla troppo a lungo.        

 

Mamadou Jean-Michel KOUROUMA – Giornalista a Radio MEGA

 

par Voix Africaine publié dans : Aspects économiques, sociaux, politiques
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Mercredi 30 avril 2008

 

 

LES ETATS UNIS D'AFRIQUE : QUELS DIRIGEANTS POUR LE CONTINENT ?

(Par Mamadou Jean Michel KOUROUMA, Journaliste à Radio Mega)  

 


        
C'est la question fondamentale pour faire et réaliser les Etats Unis d'Afrique. Il  est une perte de temps de faire le procès des dirigeants actuels, aussi, c'est faire de lapalissade de dire que le développement passe par l'économie, la mise en place de contrôle, de contre-pouvoir, de contrepoids sur le plan médiatique, concept au même titre que la démocratie qui n'est pas bornée géographiquement.

 

         La fonction de dirigeant est née d'un mythe fondateur dans la nuit des temps, fonction qui a évolué avec la conscience que nous avons du monde dans lequel nous vivons.

 

         Tous les dirigeants actuels de l'Afrique ont échoué dans l'entreprise de l'industrialisation qui demeure la clé pour le développement de l'Afrique.

 

         Nous vivons l'année du cinquantenaire des indépendances du Ghana et de la République de Guinée. Ces deux pays ont été menés à l'indépendance par deux dirigeants panafricanistes : Kwamé NKRUMAH et Ahmed Sékou TOURE, respectivement premier Président de la République Ghanéenne, et premier Président de la première République de Guinée. Deux dirigeants qui ont fait du Panafricanisme la seule voie politique pour la réalisation des Etats Unis d'Afrique.

 

                La vision de l'un et de l'autre était que rien ne peut aboutir concrètement sans la participation et la conscientisation politique de la masse rurale, de la jeunesse creuset et émanation consubstantielle du peuple. C'est-à-dire, selon moi, que toute politique, toute action de progrès doivent trouver leur prolongement dans les sphères dont j'ai fait état plus haut, composantes de tous les hommes et de toutes les femmes qui aspirent au bien-être humain et de progrès de développement. Cela dans le cadre d'un contrat social de développement et de progrès où la démocratie doit incarner le respect de ce contrat social de développement. Autrement dit : faire émerger le sens de responsabilité dans l'homme africain, quelqu'il soit, dans le cheminement de son éducation politique, maître de son devenir de construction de son espace de développement et de progrès, après qu'il se soit débarrassé du joug colonial qui a revêtu le manteau du néocolonialisme et du libéralisme sauvage qui l'étreint aujourd'hui, et de ce que l'on appelle la mondialisation.

 

         Cinquante années se sont écoulées depuis l'avènement de cette révolution culturelle qui devait libérer les énergies politiques de l'Afrique, singulièrement en Guinée.

 

         Depuis le Sommet des Chefs d'Etats Africains, à Accra en Octobre 2OO6, les Etats Unis d'Afrique tiennent une place de choix sur le continent, face aux adeptes du Fédéralisme qui faisaient l'option du maintien du système sur lequel le colonisateur avait bâtit son entreprise d'exploitation des matières premières, pour s'enchirir et se développer au détriment de la paupérisation des populations d'Afrique.

 

         Aujourd'hui, l'Afrique a besoin de dirigeants qui soient capables de sensibiliser toutes les couches sociales, face à cette mondialisation, mais capables, aussi, de jeter les bases de projets de développement à l'aube de cette mondialisation dont on ne peut plus faire l'économie.

        

         Cependant, face à cette réalité, il est un socle sur lequel bâtir les Etats Unis d'Afrique : c'est celui, de la bonne gouvernance, de la démocratie synonyme de liberté, sans tomber dans le négativisme et le pessimisme ambiant qui font légion dans certains milieux intellectuels africains de l'extérieur. En s'attaquant aux problèmes économiques, d'éducation à tous les niveaux, de santé, des infrastructures de communication (des NTC (nouvelles technologies de communication), routes, voies ferrées) et surtout aux problèmes énergétiques dont l'Afrique est cruellement dépourvue. Il faut, aussi, créer et assurer les normes éthiques, diagnostiquer les moyens, s'atteler à l'éducation politique de la masse rurale du peuple.

 

         Un dirigeant africain ayant comme point de mire les Etats Unis d'Afrique doit être l'artisan inlassable de progrès, se vêtir ou re-vêtir l'armure du chevalier de la lutte contre la faim; considérer le pouvoir comme moyen et non une fin en soi pour éviter l'effet de boomrang destructeur; avoir le courage politique de se débarrasser de ceux qui ne sont pas dans les normes d'éthique des biens de l'Etat et de la société dans son ensemble : en d'autres termes la corruption et ses ramifications insidieuses dans le peuple.

 

         Disons-le clairement ! Cest la trahison de tous ces postulats de base de bonne gouvernance qui est à l'origine de tous les échecs de progrès depuis les indépendances d'il y a cinquante années. La trahison, c'est aussi la corruption qui gangrène nos institutions africaines de l'Etat à quelque niveau qu'elle se « tapisse » à l'échelon de la nation, de l'Etat avec des enrichissements illicites quand le peuple a faim, alors que l'Afrique regorge de richesses en tout genre. Curieux paradoxe, vous conviendrez avec moi.

 

         A travers l'esclavage et la colonisation l'Afrique a survécu. Le temps est venu de reconnaître l'erreur historique qui a été de garder l'intangibilité des frontières héritées de la Conférence de Berlin (1884-1885), qui a vu l'Afrique partagée comme un gâteau par les puissances occidentales qui l'ont spoliée de toutes ses richesses à la fois de ses matières premières et de ses enfants. L'alternative qui s'offre aujourd'hui à un dirigeant africain, dans la perspective d’oeuvrer à la réalisation des Etats Unis d'Afrique, c'est de savoir s'il s'inscrit dans le maintien des accords dont le contrôle lui échappe totalement, car pris dans l'engrenage des contraintes et restructurations de plans de développements imposés par les institutions internationales financières : le F.M.I et la BANQUE MONDIALE. Ou bien s'il doit revenir aux fondamentaux de l'idéal des valeurs africaines que sont l'honneur, la mémoire historique, la responsabilité qui doivent conditionner les échanges d'égal à égal avec le refus de toute subordination (surtout monétaire héritée des anciennes puissances coloniales).

 

         Faire du courage politique le levier d'entreprendre la reconversion de la conscience politique et de dire NON lorsque les intérêts vitaux des peuples africains sont en jeu, à l'image de l'exemple de refus manifesté par les Chefs d'Etat Africains lors du dernier Sommet UE-ACP qui a eu lieu à Lisbonne au Portugal.

 

         Ainsi, reconquérir la dignité de l'Afrique, dont tout le monde sait qu'elle est le fournisseur du monde en matières premières indispensables au développement du reste du monde.

 

         Il est temps pour l'Afrique de s'affranchir de l'état de Continent complexé dans lequel on l'a très longtemps maintenue.       

 

Par Mamadou Jean-Michel KOUROUMA - Journaliste à Radio MEGA

par Voix Africaine publié dans : Aspects économiques, sociaux, politiques
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