GLI STATI UNITI D’AFRICA: QUALI DIRIGENTI PER IL CONTINENTE?
(Mamadou Jean Michel KOurouma, Giornalista a Radio Mega)
È proprio qui che risiede la questione fondamentale per realizzare gli Stati Uniti d’Africa; sarebbe una perdita di tempo mettere sotto accusa gli attuali governanti ed è altrettanto scontato dire che lo sviluppo passa attraverso l’economia, l’installazione di controlli, di contro-poteri, di contrappesi mediatici.
La funzione dirigenziale è nata da un mito fondatore che risale alla notte dei tempi, ed evolve con la coscienza che noi abbiamo del mondo in cui viviamo.
Tutti gli attuali governanti dell’Africa hanno fallito l’impresa di industrializzazione che resta la chiave per lo sviluppo del continente.
Celebriamo quest’anno l’indipendenza del Ghana e della Guinea. Questi due paesi sono stati condotti verso l’indipendenza da due governanti panafricani: Kwamé NKRUMAH e Ahmed Sékou TOURE, rispettivamente primo presidente della Repubblica del Ghana, e primo presidente della Prima Repubblica di Guinea. Due governanti che hanno fatto del panafricanismo la sola via politica per la realizzazione degli Stati Uniti d’Africa.
La visione di entrambi era che nulla può arrivare a completa realizzazione senza la partecipazione e la presa di coscienza politica delle masse rurali e della gioventù che è il luogo di fermento e insieme l’emanazione sostanziale del popolo. Vale a dire, secondo me, che ogni forma di politica, ogni azione volta al progresso deve trovare eco nelle sfere a cui ho fatto riferimento, componenti di tutti gli uomini e di tutte le donne che aspirano al benessere allo sviluppo. Ciò nel quadro di un contratto sociale di sviluppo e di progresso in cui la democrazia deve farsi portavoce del rispetto di questo contratto sociale. In altre parole: far emergere il senso di responsabilità dell’uomo africano, chiunque esso sia, nel percorso della sua educazione politica, renderlo padrone del suo divenire e artefice del suo spazio di sviluppo e di progresso, dopo che si è sbarazzato del giogo coloniale che ha rivestito il mantello del neocolonialismo e del liberismo selvaggio che oggi lo attanaglia, e che oggi si chiama globalizzazione.
Sono trascorsi cinquant’anni da questa rivoluzione culturale che doveva liberare le energie politiche dell’Africa, e in particolar modo in Guinea.
Dopo il summit dei Capi di Stato Africani, a Accra in ottobre 2006, gli Stati Uniti d’Africa occupano un posto privilegiato sul continente, in opposizione agli adepti del Federalismo che cercavano di mantenere inalterato il sistema sul quale i colonizzatori avevano costruito la loro impresa di sfruttamento delle materie prime, per arricchirsi e svilupparsi grazie al depauperamento delle popolazioni africane.
Oggi, di fronte alla globalizzazione, l’Africa ha bisogno di governanti capaci di sensibilizzare tutti gli strati sociali, ma anche capaci di gettare le basi per progetti di sviluppo in grado tener conto di questa globalizzazione di cui non si può più fare a meno.
Tuttavia, di fronte a questa realtà, c’è una base sulla quale conviene costruire gli Stati Uniti d’Africa: è quella del buon governo, della democrazia sinonimo di libertà, senza cadere nel negativismo e nel pessimismo pervasivo che fanno proseliti in certi ambienti intellettuali africani che vivono all’estero. E bisogna partire dai problemi economici, di educazione ad ogni livello, di salute, infrastrutture per la comunicazione con l’utilizzo di nuove tecnologie, strade, ferrovie, e soprattutto dai problemi di energia di cui l’Africa è tristemente priva. Bisogna, anche, creare e mantenere norme etiche, individuare i mezzi, ed educare politicamente le masse rurali.
Un governante africano che intenda costruire gli Stati Uniti d’Africa deve essere instancabile artefice del progresso, vestendo l’armatura del cavaliere che lotta contro la fame; considerare il potere come un mezzo e non come un fine in sé per evitare un devastante effetto boomerang; avere il coraggio politico di sbarazzarsi di coloro che non rispettano le norme etiche in ciò che riguarda i beni dello stato e la società nel suo insieme: in altri termini la corruzione e la sua ramificazione insidiosa nel popolo.
Diciamolo chiaramente: è il tradimento di tutti questi postulati di base di buon governo che è all’origine di tutti i fallimenti dei tentativi di progresso che si sono fatti dall’indipendenza di cinquant’anni fa. Il tradimento è anche la corruzione che incancrenisce le nostre istituzioni africane ad ogni livello dello Stato, con i suoi arricchimenti illeciti quando il popolo ha fame, mentre l’Africa trabocca di ricchezze di ogni genere. Curioso paradosso, ne converrete.
L’Africa è sopravvissuta passando attraverso la schiavitù e la colonizzazione; è arrivato il momento di riconoscere l’errore storico rappresentato dall’intangibilità delle frontiere istituite dalla Conferenza di Berlino (1884-1885), che ha visto l’Africa smembrata come una torta dalle potenze occidentali che l’hanno spogliata di tutte le sue ricchezze sia di materie prime che dei suoi bambini. L’alternativa che si offre oggi a un governante africano, nella prospettiva di lavorare per gli Stati Uniti d’Africa, è da una parte sapere se vuole mantenere invariati degli accordi il cui controllo gli sfugge totalmente, preso com’è nell’ingranaggio degli obblighi e delle ristrutturazioni dei piani di sviluppo imposti dalle istituzioni finanziarie internazionali: il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale; oppure, dall’altra, se debba ritornare a basare il suo operato sui valori africani dell’onore, della memoria storica, della responsabilità: essi soli dovrebbero condizionare gli scambi su un piano di parità e nel rifiuto categorico di ogni forma di subordinazione, soprattutto quella finanziaria, ereditata dalle antiche potenze coloniali.
Fare del coraggio politico la leva sulla quale intraprendere la riconversione della coscienza politica e dire NO quando vengono messi in gioco gli interessi vitali dei popoli africani, come è stato il caso del rifiuto manifestato dai capi di Stato Africani nell’ultimo summit UE-ACP a Lisbona in Portogallo.
Dunque, riconquistare la dignità dell’Africa, poiché tutti sanno che essa è il primo fornitore di materie prime indispensabili allo sviluppo del resto del mondo.
È arrivato il momento che l’Africa smetta di aderire all’immagine di continente complessato nel quale si è voluto relegarla troppo a lungo.
Mamadou Jean-Michel KOUROUMA – Giornalista a Radio MEGA
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